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Mi chiamo Giupy e sono un neurone in fuga che da poco si fregia del titolo di "dottore". Dopo aver vagato per Italia, Giappone, Francia, Belgio e Colorado, la patria degli orsi volanti, sono approdata nella piovosa Bochum. Il blog racconta storie di Germania, di universita', di corsi di Tedesco, di nostalgia del bidet, della lotta per trovare cibo senza glutine e ovviamente di loro, i pensatori Tedeschi che tanto ho letto (e solo talvolta maledetto) per arrivare qui.
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mercoledì 25 novembre 2015

Quando Indiana Jones Arriva a Denver

Sono recentemente stata ad una grande conferenza di antropologia a Denver. Io non sono un’antropologa ma ehi, quando ci sono conferenze a Denver mi piace andarci. E poi sono sempre stata affascinata dall’antropologia, da questi uomini (e donne) che partono all’avventura e vanno a scoprire cose nuove, all’Indiana Jones.

Peccato che, ultimamente, non ci sia piu’ molto da scoprire. Io pero’ ho esplorato una cosa nuova: il Colorado Convention Center che, in linea con il resto dello stato, ha una passione smodata per gli orsi:

Knock knock, c'e' nessuno?


Non e' inquietante vedersi sto coso fuori da una conferenza?


Questi non sono orsi ma sono inquietanti lo stesso
 


Io un tempo avevo un lavoro vero e organizzavo convegni con 6000 o piu’ persone. Era orrendo. Ora invece ai convegni ci vado e mi piace molto. Provo sempre simpatia per la gente che lavora in centri conferenze perche’ so quanto sia pesante organizzare queste cose. Tuttavia, questa conferenza era organizzata particolarmente male. Appena arrivata mi chiedono se voglio il libro da tremila pagine con il programma, o se voglio l’opzione “go green”. Cosi’ mi hanno dato una borsa con dentro un cubo che mi invogliava a studiare in Germania (e mi ha convinta, ho gia' mandato due application) e un calendario con foto di paesaggi e indigeni amazzonici con l’anello al naso e la faccia pitturata (che, come minimo, vivono a Los Angeles e nella vita di tutti I giorni fanno gli informatici).

Come faccio a sapere dove sono i talk a cui voglio andare? Ho chiesto all’omino della conferenza.
Guarda online, fa lui.
Cosi’ mi connetto e noto che nell’elenco sterminato di presentazioni e panels non ci sono i numeri delle stanze. Lo faccio presente all’omino.
Oh, dice lui, allora mi sa che non potrai mai saperlo.
GRAZIE
(ok, in verita’ pure online c’erano i numeri delle stanze e io non ero abbastanza sveglia da capirlo, ma l’omino stave messo peggio).

Non sono stata a tantissime conferenze, ma ho abbastanza esperienza per sapere una cosa: tu paghi un considerevole numero di palanche per passare quattro giorni chiuso in un posto dall’aria stantia ad ascoltare gente che parla della questione di razza nel medioevo mediorientale, segretamente cercando di connetterti al wi-fi e benedicendo Steve Jobs per l’iphone. In tutto questo, ad orari piu’ o meno intermittenti ti viene servito caffe’ forte e cattivissimo, dolcetti radioattivi e panini fatti con scorie e persone. Queste cose sono FONDAMENTALI per non addormentarsi e avere una botta di zuccheri ogni tanto per riuscire ad applaudire dopo il talk sulle babysitter messicane. Invece in questa conferenza, nonostante le 171 palanche scucite, mancava ogni genere alimentare. Ma e’ possibile? Penso di si, perche’ gli antropologi, come Indiana Jones, sono creature che devono sapersi procurare il cibo da soli. Mi stupisce che nella mia borsa non ci fosse pure un arco stile Hunger Games per andare ad uccidere i procioni.

Meme classico che non si poteva evitare


Il motivo per cui sono andata ad una confrenza di antropologia e’ che l’antropologia e’ un po' l'arte del dire quello che vuoi. Chi di voi e’ fortunello abbastanza da aver fatto il Classico sapra’ che antropologia vuol dire “scienza dell’uomo”. Quindi comprende qualsiasi cosa (tranne, probabilmente, il senso dell’organizzazione)
C’erano quindi persone che parlavano di hipster che bevono caffe’, o di ragazze indonesiane che si mettono il velo ma mostrano le tette. Un tempo c’era questa cosa figa di andarsene in posti lontani a studiare gente che era politicamente corretto chiamare selvaggi. Oggi Levi-Stauss ha lasciato il posto a gente che studia qualsiasi cosa e cerca di non mostrarsi troppo orientalista (nonostante il calendario con su la gente con i gonnellini di paglia)

Una cosa che piace molto agli antropologi e’ l’idea di “go native”, ovvero mischiarsi alla popolazione che si studia. Il che e’ piuttosto arduo se sei un WASP del Kansas e vuoi sapere tutto sui pigmei. Pero’ io ho potuto sfoggiare una cosa che agli antropologi piace un sacco: un tatuaggio all’henne per il Diwali indiano.

 Io tutta affascinata e pronta a sentire delle perle di spiritualita' ho chiesto: ma che significato ha? Nessuno, pare

Gia’, perche’ nonostante io non sappia nulla di India e di Diwali, sto in un’universita’ dove ci sono un sacco di Indiani. E quindi OVVIAMENTE se organizzano una festa in cui le ragazze sfoggiano I loro sari e preparano lassi mango, chi sono io per dire di no? E non direi mai di no a uno di questi tatuaggi gratis (che, per inciso, e' gia' andato via) che mi fanno sentire cosi' vicino ad un'altra cultura. Niente ti rende un antropologo piu' figo di un tatuaggio indiano.

La parte piu' bella della conferenza, che compensava parzialmente per l'assenza di cibo, era pero' il fatto che nel Convention Center oltre agli orsi c'era un intero piano dedicato a dei mercatini di Natale. Io ci sono subito entrata attratta da questo:

Perche', a voi non sembra bellissimo?

 In realta' dopo essermi infilata nei mercatini di Natale (di cui tutt'ora ignoro lo scopo e il perche' fossero a Novembre in un Convention Center), ho scoperto che ci voleva un biglietto per entrare. Questa cosa mi e' gia' successa diverse volte in diversi musei, e cosi' sono abituata a sfoggiare una certa nonchalance: mi sono messa a gironzolare a testa alta, pronta a dire "Io, entrata senza pagare il biglietto? NOOOOOO e' che sono un'ANTROPOLOGA, sono qui per studiare il Natale"

Un peccato, non essere un'antropologa per davvero.
Ora che ci penso, Indiana Jones era un archeologo. Ecco perche’. Mi sembrava assurdo che una serie di film su avventure mozzafiato avesse per protagonista un antropologo. Un film su un antropologo farebbe vedere un nerd con occhiali e un po’ di pancia seduto per tre ore in una stazione di servizio del Midwest a prendere appunti. 



domenica 23 febbraio 2014

What happens in Vegas stays on my blog

Ci sono persone che vanno a Las Vegas per l'addio al nubilato/celibato. Gente che ci va per scommettere, per guardare gli spettacoli, per farsi fare le foto con i fan di Elvis. Io ci sono andata per una conferenza.
(Gia', perche' il mio e' il lavoro piu' bello del mondo. E prima che ve lo chiediate NO, non era una conferenza serissima, il tema era la Pop Culture, che piu' pop di Las Vegas credo non sia possibile trovare).

Fare un post su Las Vegas e' un po' difficile. Perche' Las Vegas non e' bella o brutta. E' Las Vegas. Una categoria a parte. Una citta' che e' stata progettata da qualcuno che si era strafatto di acidi

Per la cronaca, penso che "Fear and loathing in Las Vegas" sia l'unico film in cui Johnny Depp non e' l'uomo piu' sensuale del mondo

E' una citta' che sembra perennemente sotto acidi. Proprio per il modo in cui e' progettata, senza una logica. Certe volte mi diverto a immaginarmi il mondo perfetto e dico che voglio un posto dove ci cia Johnny Depp vestito da pirata, Orlando Bloom vestito da elfo e George Clooney vestito da chirurgo e tutti assieme preparino delle torte sacher con Jason Momoa vestito da Khal Drogo a guardare. E in tutto questo voglio anche dei moschettieri e dei ninja.

Las Vegas e' un po' lo stesso. E' stata progettata da uno che ha detto voglio Roma, Venezia, Parigi, New York, l'Antico Egitto tutti assieme. Voglio le piscine nel deserto e le luci per tutta notte, voglio musica nelle strade, voglio Topolino Michael Jackson la Coca Cola e i Transformers. Voglio i castelli e le montagne russe e i sexy shop e le ruote panoramiche. Voglio i negozi di Gucci di fianco ai negozi di suvenir made in China, voglio Starbucks, voglio cibo cinese e cibo italiano e cibo messicano e cibo thailandese. Voglio pure i predicatori che ricordano tra bordelli e casino' che Gesu' ti mandera' all'inferno. Voglio tutto questo a patto che sia FINTO e COSTOSO. 
E ce l'ha fatta. Ha creato un'immensa Disneyland per bambini cresciutelli che hanno voglia di fare cose trasgressive. 

Mesdames et messieurs, voila' Paris! 


Giretto in gondola cio'?

Si, e' una sfinge. Con una piramide

Mentirei se dicessi che Las Vegas non mi e' piaciuta o che non penso che sia una meta da vedere nella vita. Abbiamo cenato in uno pseudo cinese al Bellagio e ogni quarto d'ora ero incollata alla finestra a guardare gli spettacoli d'acqua delle fontane come un pastorello davanti alla Madonna. Ogni albergo in cui sono entrata mi ha fatto rimanere a bocca aperta, ho amato passeggiare per le finte strade di NY e il finto Moulin Rouge di Parigi e mandare la foto della finta Venezia alle mie compagne di universita'. Ho amato camminare in maglietta come fosse giugno. 

Pero' c'e' una dimensione di Las Vegas che mi ha lasciato perplessa. I casino' non sono nulla di romantico avventuroso e sexy come vedi in Ocean's Eleven. Entri negli hotel e c'e' sempre uno strano odore di talco, sigarette elettroniche, birra e sudore. Facendo due conti, visto che non chiudono mai i casino' probabilmente non puliscono nemmeno. Le luci sono sempre artificiali, fuori c'e' il sole e fa caldo ma all'interno c'e' una temperatura indefinita che non convince del tutto. Non riuscivo mai a capire se avevo caldo o freddo. E non ci sono i tavoli con i croupier stile Casino' di Venezia. O meglio, ci sono, ma sono soppiantati dalla maggioranza di macchinette e slot machines con luci da crisi epilettica e su i personaggi di Sex and the City. 

Quello che mi aspettavo di trovare

Quello che ho trovato


Per le strade e' pieno di personaggi ambosesso con la pelle olivastra bassi e tarchiati che distribuiscono i volantini dei locali di streap tease. Tutti vogliono spingerti nei locali o venderti cose o chiederti soldi per fare le foto assieme. Ciccione in minigonna girano urlando per il loro bachelorette party e bevono intrugli non identificati dai colori fosforescenti da bicchieri a forma di Tour Eiffel o di scarpe con il tacco. Vecchi che vogliono mostrare al mondo quanti soldi hanno si mischiano alle famiglie di turisti che vogliono comprare la maglietta I Love NY e lanciare monetine in ogni rigagnolo d'acqua. Gli spettacoli contemplano acrobati discinti o star un po' passate tipo Shania Twain e Britney Spears. 

Insomma, ho avuto una sensazione strana. Quando sono andata a Barcellona, per esempio, ho magiato le tapas sulla rambla e sono stata a ballare al RazzMatazz e poi alla mattina ho preso i churros sul lungomare. Ho pensato che dev'essere proprio bello vivere a Barcellona, che avevo fatto delle cose tipiche di Barcellona. A Las Vegas non ho avuto nessuno di questi pensieri. Las Vegas non esiste, non e' un posto vero dove qualcuno vivrebbe. A meno che tu non voglia fare la spogliarellista, che consisterebbe in un considerevole aumento di stipendio rispetto al dottorato.

Tuttavia, ho capito che stimo gli Americani ad un livello diverso ora. Prima pensavo che gli mancasse un po' di cultura, di storia, di antico. Poi ho capito che non ne hanno bisogno: hanno costruito in plastica tutto quello che non avevano e l'hanno schiacciato in un paio di alberghi di Las Vegas. E in questo sono geniali. Venezia affondera' e le gondole sono gia' diventate solo un'attrazione per turisti. Las Vegas restera', simbolo eterno di quello che volevamo essere e siamo diventati. Viva la Pop Culture e viva il postmoderno.

In tutto questo, mentre mangiavo un gelato costato sette dollari al Bellagio con alle spalle un finto padiglione cinese, ho pensato a quanto e' bello il mio lago, quello vero, e ho capito quanto sono piu' fortunata della gente che va in vacanza a Las Vegas perche' gli piace.




La piscina del Bellagio e il lago hanno pero' delle cose in comune: i germani reali e l'acqua sporca