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Mi chiamo Giupy e sono un neurone in fuga che da poco si fregia del titolo di "dottore". Dopo aver vagato per Italia, Giappone, Francia, Belgio e Colorado, la patria degli orsi volanti, sono approdata nella piovosa Bochum. Il blog racconta storie di Germania, di universita', di corsi di Tedesco, di nostalgia del bidet, della lotta per trovare cibo senza glutine e ovviamente di loro, i pensatori Tedeschi che tanto ho letto (e solo talvolta maledetto) per arrivare qui.
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martedì 10 luglio 2012

Avventure da consolato


Tassa numero uno- foto speciale senza sorriso con orecchie visibili 5x5- questionaro dove dichiaro che non sono un trafficante di organi e che non userò i soldi della University of Colorado per comprare droga- lettera della University of Colorado che dice che io non sono una pezzente senzatetto che ruberà il lavoro agli americani- tassa numero due-passaporto- il mio miglior sorriso. Ho tutto.

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Sono arrivata in Consolato a Milano con la profonda convinzione che ne sarei uscita in 5 minuti e con un visto, giusto per la mia bella faccia e le mie lunghe gambe.
Do un’occhiata di compassione alla fila di 50 persone sotto il sole che aspettano impazienti con in mano delle cartelline uguali alla mia, procedo a lunghe falcate fino alla porta e dico alla guardia che sta alla porta, con fare da businesswoman: “Io ho l’appuntamento”.

Momento di silenzio, mezza risata. Scopro mio malgrado che TUTTI hanno l’appuntamento. Abbasso le orecchie e vado ad essiccarmi sotto il sole milanese dell’una di pomeriggio.

Non rinuncio pero’ ad attaccare bottone con la gente e, per rifarmi dello smacco, butto li che io faro’ un dottorato negli USA. Non riscuoto nessun “ooooh” di invidia-odio-meraviglia che mi aspettavo. Tirarsela per il fatto che farai un Phd in Colorado in fila con gente che richiede un visto di studio per gli USA non è una buona idea, specie quando il tizio prima di te se ne va a fare un dottorato in fisica a Boston e oltre a studiare cose più utili e dignitose delle mie i suoi progetti futuri non contemplano nessun orso che lo sbrana. Menziono con noncuranza che io so TUTTO di come funziona un consolato, perché io ho fatto il MAE CRUI tre anni fa. Uno stage utilissimo, oltretutto: se non avessi imparato cosi’ bene a fare le fotocopie, sono sicura che non mi avrebbero mai fatto fare un Phd negli USA. Grazie Ministero degli Affari Esteri, grazie.

Arriva una Signorina del Consolato, che ci spiega in Italiano che dobbiamo avere tutti i documenti in ordine. L’ascolto appena, convinta, nella mia bolla di superiorità, di avere tutto. Lei mi fa notare che pero’ non posso entrare con la borsa.
“Lo so” dico io che ho studiato benissimo il sito “La lascio nei coin lockers all’entrata del Consolato”
“Non ci sono coin lockers” dice lei “Lasciala a qualcuno”.
Mi guardo intorno, e oltre ad un paio degli amici immaginari che mi seguono ovunque non c’è nessuno. Che me ne faccio della mia borsa, la ingoio? (E qui non dico nulla di più scurrile).
Soluzione: depositarla in un bar per la modica cifra d CINQUE euro. Sono sicura che il gestore del bar è il fratello del Signor Console. Ovviamente nel mettere al bar la mia borsa perdo il turno e mi ritrovo ultima.

Ci fanno entrare pochi alla volta, sotto il sole mi sto sciogliendo. Mi controllano al metal detector per vedere se sono una pericolosa terrorista, all’entrata del consolato ci sono la bandiera americana e il faccione di Obama che sorride. Solo gli Americani hanno un presidente nero, noi queste cose ce le sogniamo, mi dico.
(Sull’orlo di un’insolazione e di un Phd americano è meglio fare pensieri un po’ semplicistici sul piano socio-storico, invece che ricordarsi dell’ultimo articolo letto su Internazionale sulle condizione degli immigrati negli USA)




Prendo un numerino tipo coop e aspetto un sacco di tempo. Mi chiamano e consegno la busta con tutti i documenti. Torno a sedermi in mezzo a gente che andrà tre settimane a New York a fare il corso d’inglese della EF. Dico che vado a fare un Phd in Colorado ma sarà il caldo, o la noia, o la parola “New York”, non sembra nulla di sensazionale. E si che nessuno sa nulla degli orsi.

Mi chiamano e mi prendono le impronte di tutte e dieci le dita. Utilissima nel caso io faccia una rapina senza utilizzare il dito pollice già schedato nel 2005. Spero sia finita ma devo aspettare ancora. “Almeno per sette anni siamo a posto” dice il tizio che andrà a Boston, e un po’ la cosa mi consola. Sarebbe stato più veloce sposare un Americano che fare tutta la trafila in Consolato.

E poi arriva il colloquio con il Console. In realtà il tizio che ho davanti è un impiegato dalle guance rubizze che sta dietro ad uno sportello, immagino che il Signor Console non faccia davvero queste cose, o il suo lavoro sarebbe ben gramo. Sono un po’ nervosa. So che è solo una formalità, ma mi accorgo che anche se siamo in 50 nella stanza, siamo tutti soli davanti agli Stati Uniti d’America. A loro accettarci o sbatterci fuori, e questo è il momento in cui dico si al trapiantarmi oltreoceano. Non tre settimane a New York, ma quattro anni in Colorado. Il Signor Delegato-Del-Console è in quel momento l’incarnazione dell’America.
Sembra contento che io inizi un Phd negli Usa, mi chiede in cosa lo farò e per quanto tempo, e se l’Università paga. Certo che paga, sennò me ne stavo nella vecchia Europa che tanto amo fingendo di avere un accento British.
Mi tiene mezzo minuto e mi saluta con “I’m sure you’re excited about this Phd, having a scholarship is quite an achievement. And Boulder is the nicer town in Colorado!”.

Mi mette cosi’ di buon umore che lo bacerei. Non ha detto “Te ne vai in un posto evacuato per gli incendi, infestato dagli orsi, lontano da famiglia amici e moroso”, non ha detto “ma che ti salta per la testa a 27 anni di ricominciare a studiare non è il caso di metterti la testa a posto?”, sembrava CONTENTO per me. Mi ha infuso ottimismo.

Certo, non abbastanza ottimismo per giustificare due ore e mezza di attesa quando lo shopping milanese chiamava instistente. Due ore in mezza che avrei potuto impiegare per mettere a frutto la mia tecnica di autodifesa contro gli orsi, per memorizzare il blog del professore di cui sarò schiav.. ehm assistente, per ringraziare il sole cocente di non essere più a Bruxelles d’estate.
Mi sono auto premiata per il visto con frappuccino e torta grassa con Oreo da Arnold’s, illudendomi fosse Starbucks. Era il giorno per amare in modo incondizionato senza porsi alcuna domanda il popolo americano.
Grazie Obama...