Tassa numero uno- foto speciale senza sorriso con orecchie
visibili 5x5- questionaro dove dichiaro che non sono un trafficante di organi e
che non userò i soldi della University of Colorado per comprare droga- lettera
della University of Colorado che dice che io non sono una pezzente senzatetto
che ruberà il lavoro agli americani- tassa numero due-passaporto- il mio
miglior sorriso. Ho tutto.
Sono arrivata in Consolato a Milano con la profonda
convinzione che ne sarei uscita in 5 minuti e con un visto, giusto per la mia
bella faccia e le mie lunghe gambe.
Do un’occhiata di compassione alla fila di 50 persone sotto
il sole che aspettano impazienti con in mano delle cartelline uguali alla mia,
procedo a lunghe falcate fino alla porta e dico alla guardia che sta alla
porta, con fare da businesswoman: “Io ho l’appuntamento”.
Momento di silenzio, mezza risata. Scopro mio malgrado che
TUTTI hanno l’appuntamento. Abbasso le orecchie e vado ad essiccarmi sotto il
sole milanese dell’una di pomeriggio.
Non rinuncio pero’ ad attaccare bottone con la gente e, per
rifarmi dello smacco, butto li che io faro’ un dottorato negli USA. Non
riscuoto nessun “ooooh” di invidia-odio-meraviglia che mi aspettavo. Tirarsela
per il fatto che farai un Phd in Colorado in fila con gente che richiede un
visto di studio per gli USA non è una buona idea, specie quando il tizio prima
di te se ne va a fare un dottorato in fisica a Boston e oltre a studiare cose
più utili e dignitose delle mie i suoi progetti futuri non contemplano nessun orso
che lo sbrana. Menziono con noncuranza che io so TUTTO di come funziona un
consolato, perché io ho fatto il MAE CRUI tre anni fa. Uno stage utilissimo,
oltretutto: se non avessi imparato cosi’ bene a fare le fotocopie, sono sicura
che non mi avrebbero mai fatto fare un Phd negli USA. Grazie Ministero degli
Affari Esteri, grazie.
Arriva una Signorina del Consolato, che ci spiega in
Italiano che dobbiamo avere tutti i documenti in ordine. L’ascolto appena,
convinta, nella mia bolla di superiorità, di avere tutto. Lei mi fa notare che
pero’ non posso entrare con la borsa.
“Lo so” dico io che ho studiato benissimo il sito “La lascio
nei coin lockers all’entrata del Consolato”
“Non ci sono coin lockers” dice lei “Lasciala a qualcuno”.
Mi guardo intorno, e oltre ad un paio degli amici immaginari
che mi seguono ovunque non c’è nessuno. Che me ne faccio della mia borsa, la
ingoio? (E qui non dico nulla di più scurrile).
Soluzione: depositarla in un bar per la modica cifra d
CINQUE euro. Sono sicura che il gestore del bar è il fratello del Signor
Console. Ovviamente nel mettere al bar la mia borsa perdo il turno e mi ritrovo
ultima.
Ci fanno entrare pochi alla volta, sotto il sole mi sto
sciogliendo. Mi controllano al metal detector per vedere se sono una pericolosa
terrorista, all’entrata del consolato ci sono la bandiera americana e il
faccione di Obama che sorride. Solo gli Americani hanno un presidente nero, noi
queste cose ce le sogniamo, mi dico.
(Sull’orlo di un’insolazione e di un Phd americano è meglio
fare pensieri un po’ semplicistici sul piano socio-storico, invece che
ricordarsi dell’ultimo articolo letto su Internazionale sulle condizione degli
immigrati negli USA)
Prendo un numerino tipo coop e aspetto un sacco di tempo. Mi
chiamano e consegno la busta con tutti i documenti. Torno a sedermi in mezzo a
gente che andrà tre settimane a New York a fare il corso d’inglese della EF.
Dico che vado a fare un Phd in Colorado ma sarà il caldo, o la noia, o la
parola “New York”, non sembra nulla di sensazionale. E si che nessuno sa nulla
degli orsi.
Mi chiamano e mi prendono le impronte di tutte e dieci le
dita. Utilissima nel caso io faccia una rapina senza utilizzare il dito pollice
già schedato nel 2005. Spero sia finita ma devo aspettare ancora. “Almeno per sette
anni siamo a posto” dice il tizio che andrà a Boston, e un po’ la cosa mi
consola. Sarebbe stato più veloce sposare un Americano che fare tutta la
trafila in Consolato.
E poi arriva il colloquio con il Console. In realtà il tizio
che ho davanti è un impiegato dalle guance rubizze che sta dietro ad uno
sportello, immagino che il Signor Console non faccia davvero queste cose, o il
suo lavoro sarebbe ben gramo. Sono un po’ nervosa. So che è solo una formalità,
ma mi accorgo che anche se siamo in 50 nella stanza, siamo tutti soli davanti
agli Stati Uniti d’America. A loro accettarci o sbatterci fuori, e questo è il
momento in cui dico si al trapiantarmi oltreoceano. Non tre settimane a New
York, ma quattro anni in Colorado. Il Signor Delegato-Del-Console è in quel
momento l’incarnazione dell’America.
Sembra contento che io inizi un Phd negli Usa, mi chiede in
cosa lo farò e per quanto tempo, e se l’Università paga. Certo che paga, sennò
me ne stavo nella vecchia Europa che tanto amo fingendo di avere un accento
British.
Mi tiene mezzo minuto e mi saluta con “I’m sure you’re
excited about this Phd, having a scholarship is quite an achievement. And
Boulder is the nicer town in Colorado!”.
Mi mette cosi’ di buon umore che lo bacerei. Non ha detto
“Te ne vai in un posto evacuato per gli incendi, infestato dagli orsi, lontano
da famiglia amici e moroso”, non ha detto “ma che ti salta per la testa a 27
anni di ricominciare a studiare non è il caso di metterti la testa a posto?”,
sembrava CONTENTO per me. Mi ha infuso ottimismo.
Certo, non abbastanza ottimismo per giustificare due ore e
mezza di attesa quando lo shopping milanese chiamava instistente. Due ore in
mezza che avrei potuto impiegare per mettere a frutto la mia tecnica di
autodifesa contro gli orsi, per memorizzare il blog del professore di cui sarò
schiav.. ehm assistente, per ringraziare il sole cocente di non essere più a
Bruxelles d’estate.
Mi sono auto premiata per il visto con frappuccino e torta
grassa con Oreo da Arnold’s, illudendomi fosse Starbucks. Era il giorno per
amare in modo incondizionato senza porsi alcuna domanda il popolo americano.
Grazie Obama...
