E cosi’, dopo un’estate stupenda, arriva il momento di
partire per davvero.
E si fa avanti il pensiero strisciante che sarebbe bello
essere felice come le altre persone. Mi rendo conto che la frase possa dare
un’idea sbagliata: io non sono meno felice delle altre persone, semplicemente
sono felice in modo diverso.
Avere un lavoro fisso in ufficio, andare in vacanza due
settimane l’anno a Parigi o in Grecia, fare un mutuo con il proprio ragazzo,
andare a scegliere i divani immaginandosi tutti i piccoli e meravigliosi
bambini che si cresceranno sopra di essi e magari sognare ad occhi aperti il
momento in cui proverai l’abito bianco. Purtroppo temo di non essere cosi’, e
il mio ragazzo neppure.
Io voglio passare la mia vita a studiare cose inutili che
non interessano a nessuno. E dopo che sono fissile come un mollusco in un posto
per troppo tempo, mi stufo.
E cosi’ mi condanno ad essere un’Italiana all’estero, un
cervello (o meglio, neurone) in fuga. La chiamo condanna perché noi che viviamo
fuori dal Belpaese siamo costantemente in bilico tra l’amore e l’odio, tra la
voglia di tornare e la consapevolezza di non poterlo fare. Ci chiamano
coraggiosi, ma non lo siamo per nulla, almeno io non lo sono. Io sono solamente
scappata. Mi condanno alla perenne nostalgia di un’Italia che vedrò nella sua
fulgida bellezza tra le spiagge d’estate e la neve di Natale, e che rimpiangerò
dentro di me ogni giorno che passerò in terra straniera. Ma, allo stesso tempo,
so che in Italia non potrei vivere, non adesso almeno, non se le cose non cambiano.
E non lo dico soltanto per una questione di opportunità, ma per la mancanza di
fiducia nei giovani, per il poco rispetto nello studio, nel lavoro e
nell’impegno, per la chiusura di mente, il razzismo, l’omofobia. Per la
depressione e la rassegnazione che si respira nel parlare con la gente, tra bar
estivi semivuoti e negozi perennemente in saldo. Avrei potuto rimanere e
lottare contro questa crisi che nessuno vede ma che impregna tutti come una
sostanza viscosa, ma la verità è che non ho il coraggio di farlo, e ho scelto
di scappare e rimpiangere la pizza da lontano.
Forse, una volta che sei diventato italiano all’estero, la
tua condanna sarà un limbo perpetuo di gioia e dolore, la consapevolezza di non
essere più come gli altri, e il morire dalla voglia di essere proprio come
loro.
Me ne sto per andare dall’altra parte del mondo a
seppellirmi tra montagne di libri, a dire addio alla mia vita sociale per
poter, tra quattro anni, aggiungere un “Doctor” alla firma delle mie email. Non
vado nell’America da fashion victim di Sex and the City, ma mi preparo ad
ingobbirmi, vedermi flaccida e fare discorsi da nerd come The Big Beng Theory.
Mangerò solo cinese take away, farò battute che nel mondo saranno comprese solo
dai miei quattro compagni di dottorato, mi incastrerò sul naso degli occhiali
da fondo di bottiglia e passero’ la maggior parte delle mie giornate senza
sapere che tempo fa fuori. Vivrò una relazione sentimentale più che altro con Skype. Tutto questo per evitare che la gente si aspetti da me che torni a casa la sera a rammendare calzini e far da mangiare guardando l'Eredità.
Forse perché tutto sommato sono un po’ come gli squali. Se
non continuo a muovermi, non riesco a respirare.
E il prossimo post, sarà dal Colorado per davvero.
