Sono stata recentemente ad una conferenza internazionale in
Belgio che era strutturata come tutte le conferenze: una calca di gente al
cocktail di benvenuto dove i dottorandi sfigati cercano di approcciare i
professori fighi, panini cattivi, tanto caffe’, panels dove tutti vanno per
controllare Facebook e cena finale. La cena costa un sacco di palanche, quindi
si crea una chiara distinzione tra i dottorandi sfigati che non se la possono
permettere e i professori fighi che invece ci vanno, e si lamentano pure un
po’, dicendo “uffff, mi tocca fare pure questa, ANCHE quest’anno”.
I dottorandi sfigati quindi di solito vanno a bere tra di
loro. Va da se' che io rientro in questa categoria. Cosi’ ho raccattato un po’
di altri dottorandi sfigati che avevo conosciuto durante la conferenza e siamo
andati in un bar a prendere la birra e ingozzarci di patatine. Ho notato che di
fianco a noi c’erano TUTTI I giovani dottorandi italiani. Esclusivamente italiani.
Mentre io ero l’unica Italiana al mio tavolo in mezzo a Svizzeri, Canadesi,
Colombiani, Russi, Scandinavi. Mi sono sentita un po’ esclusa perche’ gli
Italiani da subito hanno fatto gruppo tra di loro e io chiaramente non ero mai
stata invitata ad unirmi.
Io nel cercare la mia birra a fine conferenza
LO SO, a quasi trent’anni si potrebbe smettere con le
logiche de “I bambini giocano assieme e non mi invitano”, pero’ effettivamente
rispetto agli Italiani io ero un po’ un’outsider. Poi in realta’ ci ho pensato
e ho capito che sono io per prima ad approcciarmi un po’ a chi capita – nel
senso che non ho piu’ la tendenza a cercare gli Italiani, parlo
con chi capita ed esco con chi mi va a genio, ma non ho quest’idea del “siamo
italiani facciamo gruppo” che avevo un po’ di anni fa. Anzi, dopo che a Boulder
ho tentato di essere carina con un’Italiana appena arrivata e questa mi ha
detto che non voleva venire al mio compleanno perche’ voleva far amicizia con
Americani, ho smesso proprio di cercare gli Italiani. Sempre della serie “I
bambini che non vengono alla mia festa non giocheranno piu’ con me”.
I miei migliori amici sono Italiani perche’ sono quelli
storici oppure quelli dell’Universita’ con cui sono legatissima. Pero’ poi nei
miei vagabondaggi ho conosciuto gente che mi piace un sacco e che viene da ogni angolo di globo. Ho realizzato quindi una cosa: non ho una
nazionalita’ preferita con cui fare amicizia, ma piuttosto mi trovo bene con
persone simili a me. Persone che hanno viaggiato molto e fanno una vita un po’
nomade per scelta. Persone curiose che vogliono conoscere altre culture e
imparare. Che per carita’, non e’ che per essere di mentalita’ aperta devi per
forza cambiare stato ogni anno, tra I miei migliori amici ci sono persone
splendide che non sono mai andate oltre Milano Marittima. Pero’ ecco, non devono essere chiuse di mente. Questa e' la mia parte intollerante
Giusto per rendere il concetto
Cosi’, in un momento particolarmente metafisico post-birra
mi sono chiesta: ma io, sono una expat? Io non mi sento granche’ expat. Associo
expat all’idea di famiglia italiana che va al seguito del diplomatico da
qualche parte e passa il tempo a farsi arrivare le mozzarelle di bufala
dall’Italia per fare delle feste con gli altri Italiani del compound. Ovvero il
tipo di vita che ho fatto quando stavo a Tokyo all’ambasciata (tranne il fatto
che poi il sabato andavo nei locali gay di Shinjuku e la domenica a guardare I cosplayer di Harajuku).
Cosa sono quindi? Da sociologa in erba mi piace definirmi
“generazione Ryanair”, o meglio, “Adult version of my Erasmus self”. Quando fai
l’Erasmus racconti a tutti I tuoi amici sfigati rimasti a casa che stai
conoscendo gente diversissima, ma in realta’ esci con un gruppo di gente che e’
simile a te. Per lo piu’ costituito da studenti spagnoli/francesi/italiani (e qualche sparuto soggetto dell’Europa dell’Est) che parlano un Inglese approssimativo,
un’altra lingua approssimativa e hanno voglia di divertirsi e organizzare week
end low cost all’ultimo minuto.E riempire bottiglie di vino cattivo da bere in strada qualunque sia il clima (ah, il bottellon e i mal di gola che seguono il giorno dopo) Dopo aver fatto una o piu’ esperienze pseudo-Erasmus le differenze nazionali si appiattiscono e si diventa parte di quella
massa grigia che chiameremo media borghesia istruita cosmopolita (oggi mi
prendo bene ad inventare termini sociologici). Si entra, in breve, nella
Generazione Erasmus.
La Generazione Erasmus e’ fatta di gente che beve birra
ricordandosi di quanta ne bevevano a Bruxelles, che raccontano del proprio
backpack in Thailandia e di quando studiavano in una scuola internazionale in
Slovenia, che commentano il clima ricordando che in Australia era cosi’ diverso
e mangiano tartine paragonandole a quelle pizze di Brooklyn. La Generazione
Erasmus ama usare le differenze nazionali solo per fare battute di spirito “si
certo, noi in Italia tutti con il mandolino in mano. Che cosa c’e’, paura che
vi rubi i soldi come a Napoli?”. Quando la gente della Generazione Erasmus si
incontra si mette a parlare di argomenti leggeri e ridere molto, ma lascia
cadere casuali riferimenti alla propria brillante carriera del tipo “Ah, quel
tipo mi ricorda il professore per cui facevo da Research Assistant a Oxford!”
(questo anche, e soprattutto, se al momento attuale fanno i segretari- pardon,
office manager). Poi, prima dell’ubriachezza totale in cui tutti ballano la
salsa, i membri della Generazione Erasmus hanno sempre un momento di serieta’
in cui chiedono al Greco “ma allora, come pensate si aggiusteranno le cose con
la troika?” o all’Ukraino “Come vedete le mosse politiche di Putin?” o
all’Americano “Bush e Clinton, cosa siamo, nel 1990?”, prevalentemente per
mostrare che seguono Internazionale su Twitter.Va da se' che, esistesse la
carta fidaty di Ryanair, questa gente accumulerebbe abbastanza punti da comprarsi un
aereo.
Nonostante tutto, amo l'Unione Europea per aver inventato l'Erasmus
Anche se la Generazione Erasmus a volte e' composta da gente boriosa e forzatamente giovane, io mi ci trovo bene. Questa ovviamente e’
solo la mia esperienza, non so se per altri funziona allo stesso modo. Expat o no, essere in un Erasmus perpetuo ha i suoi lati negativi, pero' ti fa conoscere tantissime persone. Quest’estate
mi sono resa conto di quanto sono fortunata ad aver conosciuto nella mia un
sacco di persone speciali in ogni angolo di mondo che devo riuscire ad
incastrare ad ogni week end, ma che mi danno la possibilita’ di andare, per
esempio, a Madrid tra tre giorni (vala’, lo scrivo giusto per tirarmela). Certo, ogni addio e' uno strazio, ma confido che prima o poi la carta fidaty Ryanair me la inventino davvero.
Il mio spirito nomade mi porta a chiedermi se io in Italia
ci tornero’ mai. Sia come possibilita’ che come volonta’. Una parte di me pensa
che mi annoierei, ma quando torno d’estate mi accorgo che i miei amici sono
cosi’ splendidi che a volte ho proprio voglia di rimettere le tende qui. E poi
non dimentichiamo lo spritz.
Alla conferenza sono stata una riunione del gruppo italiano,
a cui sono andata nonostante non mi invitassero a bere. Nella mia mente di
Pollyanna tutti i professori fighi mi avrebbero offerto post-doc lautamente
pagati in Italia solo per la mia graziosa faccia e la mia nuova montatura di occhiali da hipster intellettuale. Non e’ successo. Alcuni pero’
hanno lodato la presenza di molti giovani italiani che stanno all’estero.
Perche’ cosi’ si possono avere connessioni internazionali, grazie ai cervelli
in fuga.
Ho detto che studio a Boulder e tutti a dirmi “brava, bello,
stai la’”.
Al che invece di mordermi la lingua ho chiesto ad un
professore figo:
“Ma scusate, voi ve la tirate che avete tutte queste
connessioni internazionali perche’ noi giovani andiamo all’estero, ma poi
quando cerchiamo di tornare che possibilita’ di lavoro ci sono per noi?”
Lui mi ha guardata con l’occhio della disperazione e ha
detto
“Nessuna. Io mio figlio l’ho spinto ad andare a fare il lavapiatti a Londra”.
“Nessuna. Io mio figlio l’ho spinto ad andare a fare il lavapiatti a Londra”.
Grazie al cielo faccio parte della Generazione Erasmus, che
si piega ma non si spezza. E, che mi piaccia o no, pare che l'Erasmus durera' ancora un po'.
Io Italiana mi ci sento. Pure se di solito non dico che sono Italiana, lascio che la gente indovini, cosi' guadagno tempo prima delle solite domande sull'Italia stile "ma la pizza l'avete inventata voi?"

Ahah, pensa che stavo (sto) cercando di scrivere un post con lo stesso titolo, ma con motivazioni del tutto diverse! Io "italiana" non mi ci sono mai sentita molto, per cui non ho avuto problemi a partire e andare all'estero. Il problema è che nonostante siano ormai più di due anni che vivo a Londra, non mi vedo come "expat" e penso a quelli che scrivono blog dall'estero come a persone diverse da me. Sia gli italiani veraci che si fanno portare la mozzarella in capo al mondo, che a quelli come te che invece girano e si integrano senza troppi problemi.
RispondiEliminaio non ho ancora trovato la mia strada qui, come non la trovavo in Italia, per questo ho un po' di problemi a considerarmi "expat", mi riesce più semplice usare il termine "immigrata" :-/
in realta' "expat" e' una definizione un po' vaga.. alla fine ognuno si sente quello che si sente, no? :)
Eliminain realtà significa solo "persona che non risiede nel paese natale, ma all'estero", siamo noi che ci costruiamo sopra idee e sensazioni ;-D
Eliminahai colto nel segno. sono dieci anni che sono ufficialmente fuori dai confini nazionali ma gia' ero stata all'estero a studiare un po di volte (anche se non ho fatto l'erasmus, un kind of), spiccioli contati, voli ryan (ma anche wizzair e soprattutto skyeurope e altre compagnie che gia' non esistono piu'...) e soprattutto la voglia di incontrare altra gente, non solo quella che avrei potuto incontrare sotto casa dei miei, percio' ho conosciuto nel cammino italiani e italiane con cui avevo molto in comune, ma non in maggior dose di persone che venivano da tutt'altri posti. Io associo la parola expat al concetto commerciale del lavoratore spedito in trasferta fuori nazione con una serie di benefici volti ad attutire la rottura di palle per la sua famiglai (scuola, casa etc). E dopo tutti questi anni in cui ogni volta che mi sono spostata sono andata io a scoprire come fare i contratti dell acqua, cercare casa etc, perche' ogni volta ricominciavamo con un lavoro nuovo partendo da nuovi arrviati, mi e' capito di diventare expat con l;ultimo lavoro di mio marito. L'azienda ci ha portato a houston, una badante apposita (relocator consultant) ci ha trovato casa e ce l ha fatta trovare all arrivo dall aeroporto gia con luce, acqua, internet etc..macchine pronte, insegnate di scuola guida etc. Avendo due nane di cui occuparmi e ritrovandomi in un luogo cosi profondamente diverso da cio' in cui mi so muovere (europa) ho apprezzato tutti questi extra, eppure dello status di expat non me ne fregio e mi fa un po' ridere chi lo fa perche' dal mio punto di vista sono appunto sono tutti benefici economici che ti danno per indorarti la pillola, ma che non potranno mai rimpiazzare la gioia di vivere in luoghi dove non hai solo un lavoro che ti tiene li ma un mondo che ti interessa da scoprire. E so benissimo che ero piu' felice alla lavanderia a getttoni con gli spiccioli contati x lava , asciuga e 1 birra x aspettare, chiaccherando con il polacco e la portoghese in coda con me, di come sono ora, con la lavatrice e l asciugatrice fighissime in casa a corrente pagata da altri, in attesa del prossimo volo per scappare da qualche parte dove ci siano stimoli
RispondiEliminaTi capisco perfettamente.. anche per me la definizione di expat e' qualcuno che parte per lavoro e non per lo spirito di curiosita' che di solito ha fatto partire me.. certo, diciamo che quando mi sono ritrovata in una casa senza mobili e internet e con un coinquilino inutile e fastidioso un pochetto avrei voluto qualcuno che mi aiutasse con le bollette, but what doesn't kill you makes you stronger :) ...
EliminaUuuuh, ma anche questo post sta chiedendo a gran voce il mio imperdibile commento! (Sì, ok, forse no, ma mi sento in dovere di commentare).
RispondiEliminaMi sono sentita come tu descrivi ormai centinaia di volte e credo che sia dovuto al fatto che noi NON siamo partite perché questo mondo crudele non ci voleva più, ma perché VOLEVAMO partire.
Per motivi vari, tra cui la curiosità di vedere com'era da altre parti, comunque pensando "forse un giorno torno in Italia, forse no, chissà", ma mai con astio.
Almeno nel mio caso.
Quindi, ogni volta che mi sono trovata ad avere a che fare con altri italiani pienamente inseriti nella logica "io ho lottato, volevo stare con tutte le forze in Italia, ma è stato impossibile e ogni giorno piango il mio spietato destino, vivendo l'esilio dalla mozzarella di bufala come la Croce che mi è dato portare", non trovavo tanti punti in comune.
Io non ho niente contro l'Italia, mi piace pure tanto, ci torno sempre volentieri, mi piacerebbe viverci per un altro po', mi sento fortunatissima ad essere nata in un posto che quando lo pronuncio tutti sanno dove si trova e sanno nominare almeno due cose tipiche e fanno "Oh!" con invidia e struggimento (pensa i bielorussi invece...).
Ciononostante, ho scelto di non abitarci perché avevo voglia di scoprire cose nuove. Questo è impensabile per uno che è stato (o si sente come se fosse stato) spedito fuori a suon di calci sul posteriore.
Diventa naturale per me cercare gente affine, che abbia viaggiato o abbia abitato nei posti dove sono stata io (quindi Italia inclusa) e che condivida certi miei modi di vedere il futuro e la vita (creare meno danni possibili finché calpesto il pianeta, cercare di non insultare, ricordarsi la gratitudine) e questo succede spesso con francesi, spagnoli, peruviani, boliviani, colombiani, israeliani, greci. E pure italiani.
La massa informe "post-Erasmus" che tu descrivi l'ho notata anch'io e ora la vedo un po' confusa e un po' obbligata dentro ai ruoli che si sono auto-imposti per definirsi a contatto con gli altri (che in genere sono: gli amici di sempre rimasti in Italia). Magari dopo quindic'anni di pellegrinaggi per il globo uno ha voglia di fermarsi, magari trova una persona affine e toh, vorrebbe anche tornare in Italia. Però l'etichetta di "quello che sta fuori" ormai è lì, e allora tanto vale "altro giro, altra corsa" e cercare un'altra destinazione.
Un altro aspetto di questa etichetta sta proprio in quello che dici tu: essendo la mobilità l'unico tratto riconoscibile e che ti rende individuo allora uno deve rimarcarlo il più possibile "quando abitavo in Spagna"/ "Quando studiavo a Parigi"/ "Quando vivevo a Berlino" etc etc diventano intercalari.
Insomma, anche noi che "abbiamo girato il mondo" siamo noiosi, ma non ci è concesso.
Discorso expat: c'entra aver scelto professioni poracce. Se io e te siamo sempre state con la valigia e pochi spicci è perché effettivamente è quello a cui si può aspirare con i lavori che ci siamo scelte, perché pensavamo "sono fortunata ad aver trovato lavoro nel mio ambito, anche se devo fare qualche sacrificio (traslochi, spostamenti, viaggi), devo ringraziare!".
Chi ha studiato facoltà più (ehm) "tecniche" alla nostra età si trova con un'azienda che gli dice: "ti mando a lavorare là, MI SERVI, e quindi pago tutto io". Tutta un'altra storia.
Io ho lottato con valigie che non si chiudevano, valigie spedite per posta, sovrappeso al check in, spalle slogate per tre espatrii su quattro.
Poi ho conosciuto l'uomo e il trasloco ce l'ha fatto l'azienda. Tutta un'altra cosa.
Ma, detto tra me e te, è molto più divertente la possibilità poraccia ;)
Ho finito!!!
Anche qui sono al 100% d'accordo, soprattutto sulle "professioni poracce": la mia non e' tanto stata una scelta se stare in Italia o partire, ma se partire e realizzare (o provare a realizzare) i miei sogni o stare in Italia e abbandonarli. Quindi il discorso diventa un po' complicato, ma ovviamente avendo scelto di partenza un programma di studi che mi avrebbe quasi sicuramente portata all'estero non posso dire che non mi aspettassi di finire dall'altra parte dell'oceano..
EliminaNon sono convinta della tua definizione di expat ma generazione erasmus mi piace tanto ....chissà mia figlia che generazione sarà
RispondiEliminaUna mia amica cresciuta un po' come tua figlia (genitori Italiani, nata in Belgio, scuola internazionale in Inglese) si auto-definiva "third culture kid"... non so se tua figlia si sentira' uguale ma il concetto a me piace!
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